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o' Sistema, alla luce di una teoria femminista - Ada |
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Ancora oggi,
nell’attuale difficile situazione con un morto al giorno, a Napoli, dovuto ad
agguati di camorra, tra le scelte primarie per risolvere un nesso ormai
indissolubile tra la città e camorra, vengono posti dalle istituzioni
cittadine, in primo piano, come essenziali elementi da fronteggiare, la
mancanza di lavoro e la grande indigenza di certe zone-ghetto dell’ hinterland
napoletano. La cosa non è inesatta, ma non esaurisce la comprensione del problema,
anzi spesso lo presenta secondo termini che lo annebiano. In anni di studi
svolti all’interno del femminismo, abbiamo ormai imparato che la struttura del
simbolico, il posto da cui si parla, ed il peso o il valore sociale che questo
comporta, sono determinanti per la significazione di sé che ognuno/a riesce a
darsi. E se aprissimo innanzitutto il problema “camorra” volgendolo verso il
“simbolico” e provassimo a farlo agire per individuare ciò che fa la fortuna
della camorra e le dà una notevole presa in certe zone? Il che significa che
nella camorra occorre leggere qualcosa di nuovo e di diverso da un semplice
strumento per arricchirsi vivendo come sanguisughe alle spalle di gente che
lavora e guadagna, insomma bisogna leggervi qualcosa di ormai separato e
distinto dal semplice prelievo fatto di estorsioni e ricatti a cui si
aggiungerebbe come contrassegno un codice d’onore volto a garantire “rispetto”
e raffigurazioni “mitiche”. Con questi termini ci confrontiamo già con effetti
culturali, cioè con modi simbolici, solo che questi aspetti che siamo disposti
a riconoscere non sono che piccole persistenze in parte già fuori moda e non
sono i veri fattori simbolici che agiscono nel “Sistema”, cioè in quel mondo
che con tale significativo nome presenta la camorra ai suoi affiliati. Un prezioso libro di
Roberto Saviano (Gomorra, ed.
Mondadori) fa fare un decisivo passo per capire: dire “sistema” significa
cogliere che ciò che è al centro di questa attività criminale è l’impresa, e il
nome evidenzia che la camorra, è ,al suo interno, una parte viva e produttiva: “il cuore pulsante del
mercato”, che qui si trova il “pilastro dell’economia”; essa regge anche le
imprenditorie del nord mostrando, in maniera stupefacente, che non sono i
metodi criminali che effettivamente lo sostengono, ma la grande capacità di
passare da capitali illeciti a quelli leciti. Questo ne fa uno dei più grandi
gruppi d’ affari internazionale. Il sistema fa sua, perciò, fino in fondo,
l’idea di un mercato totale con le sue promesse neoliberiste, con un’idea di
autoregolazione entro cui passano le obbedenze a leggi che richiedono
avvicendamenti veloci, sostituzioni efficienti e rapide, ed indicano modalità
di tenere il profitto che significano controllo del territorio e
dell’investimento, e quindi controllo ed eliminazione della concorrenza.
Potremmo, alla luce di questa logica d’impresa incastrata in una concorrenza
senza freni, continuare a chiamare faida la violenza che si scatena per le
strade, come se si trattasse ancora di giochi d’onore e di vendetta? E perchè
non vogliamo leggerla come una diretta conseguenza della disciplina
dell’investimento? Una precisa regola di un businnes che rimane tale solo
finché si vince, e dove la sconfitta imprenditoriale significa “sconfitti nella
carne”, cioè morti. Gioco al rialzo dell’economia che diviene una posta totale,
senza limiti, coincidente con il diritto a vivere. Ecco cosa ha presa in quelle
sacche urbane dove questo terribile gioco si gioca utilizzando soprattutto una
base non affiliativa, ma di manovalanza. Questa estrema e prestigiosa cosa
economica, questa impresa che enfatizza una partecipazione completa e che lega
il vivere e la sua qualità al dato imprenditoriale come ad una scommessa
sull’esistenza, questo s’impone dove sono zone di miseria, e vive “gente da
niente”. Una volta, una sindacalista cercava di
dire ad una femminista milanese che interveniva sulla questione del lavoro e
sui contratti, che qui, a Napoli non se ne parlava neppure, dal momento che
c’era disoccupazione e lavoro nero. Voleva giustamente segnalare che molte
conquiste contrattuali milanesi si presentavano come locali e che non era
possibile esportarle a Napoli; sbagliava tuttavia nel legare questa
impossibilità alla miseria, alla mancanza di lavoro, o ad un lavoro squalificato
e sottopagato. La causa di questa totale impermiabilità a qualunque diritto
sindacale è altrove: in un meccanismo completo e conchiuso che salda in maniera
paradossale l’interesse del piccolo imprenditore napoletano e l’interesse di
quelle – spesso, sono soprattutto donne- che lavorano nei suoi
stabilimenti. Una delle imprenditorie più fiorenti, a Napoli, è nel settore
dell’abbigliamento, e serve grandi fette delle firme italiane del nord,
proponendo un lavoro di alta qualità che perciò si distingue, pur avendo costi
ugualmente competitivi, dallo scadente prodotto cinese. Non c’è che questo: se
l’industria deve essere mantenuta e, con essa, il lavoro, non ci sono molte
soluzioni, ma una sola. E questo fa mercato, investimento, lavoro e consente di
riciclare capitali illeciti. Spesso questi piccoli industriali non sono
affiliati, ma si servono dei mezzi forniti dal Sistema, a cui rispondono, in
compatta solidarietà con gli operai, in termini di capacità, di competitività e
di velocità nel soddisfare il mercato, o nell’inserirsi in esso approfittando
di qualunque piccola nicchia offerta al profitto. Per chi lavora in questi
capannoni non vi sono ferie, né cassa malattia, nè pensione, né tutele, ma si
subisce la stessa sorte dei padroni che stanno lì, come loro, a dare il meglio
di sé per essere competitivi. Bisogna sfatare una corrente interpretazione che
vede nel nord un’assidua e tenace volontà lavorativa, e nel sud una sorta di
astenzione che si avvale solo di sussidi statali. Il “fai da te” è ben presente
nel meridione, solo che è stretto nelle maglie di una delle più grandi
multinazionali: si funziona come la piccola azienda indocinese nei confronti di
qualcuno dei grandi marchi occidentali. Ma esiste una differenza fondamentale:
dove non si riduce a tangenti- e questo sembra solo un residuo- il Sistema è
presente e se non garantisce che agli affiliati sostegni più globali, fornisce
tuttavia lavoro stabile, finché si sta nella produzione, e misure di sicurezza
e criteri di giustizia. Occorre vedere come, ma i termini sono questi e
dimostrano che c’è attinenza con un certo livello di simbolico. Quale esempio
di sicurezza, valga ciò che Saviano riporta dell’operato di un clan nella zona
di Castelvolturno. Per questi uomini che controllano le attività locali uno dei
compiti è quello di impedire contagi, in particolare quello dell’HIV che
potrebbe presentare un elevato rischio di diffusione data la presenza di molta
prostituzione nella zona; essi stilano una cartella clinica degli abitanti
attraverso informazioni ed obblighi di esami e non hanno esitato a far fuori
uno degli affiliati che, essendo sieropositivo, con una certa disinvoltura
frequentava le ragazze del luogo. Non si tratta quindi d’intervenire solo per
mettere in ordine o per sedare conflitti, ma anche per amplificare la questione
sicurezza fino a questi anfratti biomedici, inserendosi pienamente in un nuovo
simbolico costituito dall’intervento diretto della politica in ambiti che
riguardano la salute delle popolazioni e, di conseguenza, la loro capacità e la
loro disponibilità. La posizione dei clan, rispetto a questa forma di
sicurezza, permette di capire in filigrana le motivazioni che spingono la
politica del nostro mondo globale ad un interesse per la salute dei viventi-
naturalmente attivo solo per alcune zone del pianeta: quando il Sistema
interviene è per garantirsi di non avere fastidi per il businnes, interviene
per prevenzione e per eliminazione, interviene per far pulizia e con misure
poliziesche, è rapido ed efficace; salvaguarda un’impresa competitiva che non
deve trovare ostacoli. Ci troviamo di fronte ad un’economia elevata a principio
dell’etica, posta come bene essenziale. Per farla brillare si sa che il tempo è
breve per ognuno, la si esalta, e si è consapevoli che per metterla al centro
della propria vita occorrerà attraversare modi sacrificali, sofferenze,
nascondimenti, esistenze in cui ci si riduce a vivere come talpe in spazi in
cui è impossibile fruire delle ricchezze ottenute, in cui si costruiscono regge
che non si abiteranno. E, quando l’investimento stesso, il mercato come
essenza, spinge ad un naturale cambiamento, questa naturalità non sarà che il
rimanere uccisi per strada in agguati violenti e sanguinari. I tanti cadaveri
sull’asfalto sono i resti inaccostabili di una vera e propria struttura
simbolica accorpata al mercato, e stanno lì a mostrare l’efficacia di una
giustizia letta come strumento di una logica d’impresa, dei suoi attacchi,
dell’obbligo di intimidire, di vendicare, di riscuotere in uno scambio di perdite.
Eppure, non si coglie la portata di tutto ciò se non si capisce che questa è
una strategia che tende a fare del vivente un vincitore ed a qualificare il
vincitore in base ad un ambito che è individuato come quello che consente un
potenziamento della vita. L’adesione ad un’economia sentita come l’autentica
destinazione del vivente umano, il vero luogo dei confronti, delle vittorie e
del prestigio, è quanto fa sentire gli uomini del Sistema come nuovi samurai. E
non c’è da meravigliarsi se i ragazzini di Scampia, della Sanità ,o di altre
zone senza valore, vedano una loro alta aspirazione concretizzarsi nel « venire
accis’» . La morte indica la
serietà della posta in gioco, il suo valore, il suo significato democratico -è
sempre possibile per tutti entrare in questa impresa- e selettivo -non tutti
sono in grado. Si approda all’immagine di una nuova specie, simile a quella dei
cartoon d’importazione, che accompagna lo spregio del pericolo alla formazione
di un livello e di una qualità umana che si avvita sull’homo oeconomicus in modo innovativo. Non bisognerà aspettarsi una
disciplina dell’economia o un apprendimento particolare, ma solo l’idea che il
modo economico, l’impresa e la prestazione sono le qualità dell’essere umano-
non di tutti, ovviamente, ma sempre attivabili in tutti- e che guardato in
questo modo l’uomo è un campione della sua specie, raggiunge la naturalezza di
una grande e potente bestia, sta alla pari con le grandi creazioni, è
finalmente qualcosa di più. E l’homo oeconomicus è il Sistema che lo fa vedere, è il Sistema che
si realizza attraverso di lui. In queste zone di camorra ci si ribella alle
forze dell’ordine, si tace di fronte alla polizia, non per l’antica paura che
distingueva le vendette ed i taglieggiamenti della mafia, ma perché del Sistema
ci si sente parte, perché la cultura che enfatizza, la democrazia che ostenta,
il riscatto che propone hanno presa in quelle fette di città e di regione
condannate a vite che non valgono nulla per nessuno, su cui si riversano scarti
anche culturali, impresine educative e laboratori psicologici. La cultura del
Sistema- il suo simbolico- è l’ostentazione del mercato, ma anche l’agguerrita
centralità di un ordine disciplinare a questo legata, la variegata possibilità
di un’estensione che assimila e dà i mezzi per avviare in una sorta di
moltiplicazione d’imprese, ed infine una modalità di connessione che si ripete
identica dai boss e i loro affiliati e da questi ai i loro dipendenti, fino
alla piccola manovalanza: sorprendente riproposizione di pratiche e facile
comprensione del tutto. Chiunque capisce: poca burocrazia e snellezza dei
rapporti! E su tutto, come vincente, la capacità di trasformare tutto in
mercato - qualcuno degli affiliati allude alla magica forza di re Mida- e di
saper trovare gli oggetti adatti al consumo, o di trasformare tutti in
consumatori. Questo è il punto d’unificazione del Sistema, questo fa vedere il
Sistema come vincitore attraverso i vincitori di turno che si lasciano dietro
quel mucchio di cadaveri immondi, crivellati, informi, scoppiati, intorno a cui
la gente si ferma catturata, e su cui i ragazzini vanno chiosando i modi in cui
sono crepati e le caratteristiche che la morte ha preso nell’infilarsi nei
corpi. Non è un modo di esorcizzare la paura, ma è l’addentrarsi in questo
reale del Sistema, tanto ampio, tanto preciso, tanto indiscutibile che non è
altro se non il resto di un’impresa simbolica vasta, estesa, facile, naturale,
che accompagna il senso di sé di tutti coloro che sono trattati da una città
come “mezze merde” e che improvvisamente sanno che possono accedere alla grande
virtualità del mercato con tutti i suoi giochi, con tutto l’illecito ed il
lecito mescolati. Ed il sistema è potente soprattutto perchè la sua cultura è
entrata dovunque, qui, a Napoli. |
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