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L'io della città - Amalia Mele

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Nel 1958 il sociologo Edward C

 

Nel 1958 il sociologo Edward C. Banfield nel suo libro Le basi morali di una società arretrata sviluppò il concetto di familismo amorale. Quest’ultimo descrive la tendenza tipica della cultura meridionale e mediterranea, secondo la quale gli individui di una comunità cercano di massimizzare solamente i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo familiare. Il familismo è "amorale" perché manca di morale pubblica, nel senso che i principi di bene e di male restano confinati e sono applicati soltanto e unicamente nell’ambito dei rapporti familiari. L'amoralità non è quindi relativa ai comportamenti interni alla famiglia ma all'assenza di ethos comunitario, all'assenza di relazioni sociali morali tra famiglie, tra individui all'esterno della famiglia. Secondo questa prospettiva, quindi, ogni tentativo e iniziativa riguardante l’investimento di risorse ed energie in beni collettivi da realizzarsi tramite uno sforzo organizzativo comune e spontaneo, l’impegnarsi con altre vite in un movimento simbolico, sono fuori dall’orizzonte delle possibilità.

É in questo orizzonte di senso che si installa la variante napoletana dell’imprenditoria di sé e il familismo amorale è il marchio di fabbrica che accomuna le classi popolari e la borghesia mercantile e professionalizzata .

Se il familismo amorale sembra affettare le prassi e le Weltanschauungen di alcune classi sociali della città, il personalismo è la dimensione della classe intellettuale e artistica. La trasmissione del sapere e l’opera rispondono al piacere del proprio nome, del farsi un nome, del trovare un posto nella cassa di risonanza cittadina, nella paura profonda di essere stranieri e restare sconosciuti; logiche identitarie che producono risultati culturali eclettici, in nome dell’etica «gli amici prima delle teorie».

È’ come se Napoli reiterasse, sistematizzasse, riterritorializzasse nella sfera dell'esistenza privata una struttura antropologica la cui genesi va cercata dalla parte del socius, offrendo una lettura singolare dello «svanimento» del territorio, e della scomparsa del socius. Si deve a Deleuze e Guattari nell’Antiedipo l'impiego dell’espressione di Artaud «corpo senza organi» per indicare la condizione dello schizofrenico, che in realtà riproduce specularmente la condizione del tardo capitalismo. Il capitalismo preso in esame è senza «capo». L'Antiedipo descrive, con profonda visione prospettica, la caduta della concezione dello stato-corpo, perché il capitalismo lì descritto è un capitalismo che si disfa del socius. Al contrario la sindrome maniaco-depressiva e la paranoia richiedono la macchina dispotica (si pensi alla lettura di Canetti in Massa e Potere), così come l'isteria richiede la macchina territoriale.

Il tema anticipato nell’Antiedipo è dunque quello della immaterialità della comunità. A questa mutazione del legame sociale di portata planetaria, Napoli offre una lettura peculiare, una sorta di risposta «isterizzante» attraverso le marche identitarie del familismo e del personalismo, riaffermando potentemente che il territorio esiste.

Il familismo e il personalismo si costituiscono come singolari rituali che declinano tentativi per cercare quelle giunture che conducono sino ad un capo, ad un padrone. Napoli dunque come laboratorio avanzato, come mise en abime del «discorso del capitalista» di lacaniana memoria? Paradigma politico di un’alienazione dagli effetti catastrofici che ha conseguenza sia sul lato dei processi d’identificazione che su quello del godimento? Come sito privilegiato del contemporaneo dove è possibile assistere all’intreccio mortifero tra identificazione e godimento, Napoli interpreta dunque con significanti singolari la regressione simbolica del tardo capitalismo, dove nulla si oppone al passaggio dall’immaginario al reale, dalla metafora alla cosa, dal virtuale all’atto.

Il familismo, il personalismo, l’intimismo (fenomeno diffuso in alcuni gruppi ad assetto psy ma comune anche ad alcune correnti del femminismo nostrano) si declinano dunque come sintomi, sintomi dell’identità. Per partecipare ad una comunità di valori, linguistica e culturale, tali sintomi (in buona sostanza di marca narcisistica) vanno sacrificati. Solo attraverso il sacrificio del nostro narcisismo può instaurarsi la dimensione dello scambio, del legame sociale, unica condizione possibile per l’accadere della singolarità affettiva, culturale, sessuale.

 

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