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Solo l'amore salva - Lucia Mastrodomenico |
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Nella mia città si vive
sotto “scorta”, i morti ammazzati non sono più di un anno fa, eppure i
riflettori fanno di questo popolo, delle sue strade, dei suoi quartieri un
“sito” da studiare, capire, analizzare. Perché succede proprio adesso tutto
questo? Dove eravamo tutti/e prima, uomini e donne, dentro e fuori le
istituzioni, dentro il governo della città? Nonostante Napoli sia
una città non più violenta di tante altre nel mondo, quello che mi interessa da
questo diffuso allarme è l’opportunità di qualche riflessione. Chi come me a
Napoli vive, sa tutte le difficoltà che comporta una grande città, a questo si
aggiunga la mancanza atavica di lavoro, l’inquinamento (Napoli è una delle
città con il più alto tasso d’inquinamento, tra quelle con l’indice di mortalità
per cancro ai polmoni più elevato) ed il male antico della criminalità
organizzata. Nella camorra, “le
famiglie” appartenenti a varie zone della città e della sua periferia, con
estensioni che coinvolgono buona parte della Campania, si dividono il territorio
e ne acquisiscono nuovi in una vera è propria guerra tra faide rivali. Quello che appare
cambiato, nella criminalità organizzata, è che l’economia, gli interessi prima
circoscritti in un ambito più strettamente territoriale, oggi costituiscono risorse
illecite di capitali che coinvolgono l’intero paese. La liberalizzazione
assoluta del mercato, la distribuzione iperliberista di merci e prodotti legali
ed illegali costituiscono la sostanza di una potente operazione finanziaria
nazionale ed internazionale. Nel porto vive il suo snodo strategico. La parola d’ordine di
questo “sistema” di potere è vincere e commerciare. Ma vincere e commerciare
non sono diventati requisiti importanti per tutti/e nel nostro vivere
quotidiano? Quante vite spese per
diventare “qualcuno”. Più beni materiali, postazioni di potere ottieni più sei
vincente, questo a costo di qualsiasi prezzo, il potere per ottenerlo si paga,
a volte anche a costo della propria vita. Quello che sembra
azzerato è qualsiasi considerazione per l’umano/a, anche per alcune donne.
Nella camorra le donne sono diventate protagoniste di prim’ordine, danno un
immagine vincente, ne curano l’immagine ed il comportamento, sparviere
oltraggiose di qualsiasi regola, non temono l’ordine costituito e non rinunciano
a farsi fisicamente da scudo in scontri cruenti. Sui loro corpi la sintesi
dell’esser donna “forte”: motorino su cui si sfreccia seduti in tre,
generalmente giovane donna più due bambini/e, per vicoli strettissimi,
incuranti di divieti e precedenze. Pellicce di visone lunghe fino ai piedi, in
taglia più piccola ma stesso modello per la figlia appena bambina, brillanti
alle dita, scarpe e vestiti firmati, Roberto Cavalli in testa. I figli, che da
loro nascono, ed anche qui qualcosa è cambiato, sanno che diventeranno un
capitale da far fruttare, un capitale a servizio di chi offre vantaggi
economici per niente altissimi, molto alto è invece il piano simbolico in cui
si gioca la rappresentazione di se, la stima e il rispetto accordato al modello
che diventa riferimento da imitare. Le donne della camorra
decidono, sono un vero centro di potere, gli uomini spesso sono mano d’opera
armata, mediatori. Da identità materna a
figura manageriale così si sono emancipate le donne della camorra! Il dolore frenetico,
come l’amore, si manifestano in comportamenti simbolici che hanno le
caratteristiche di una consumata sceneggiata. La relazione, quella della
“guapperia”che faceva giustizia di soprusi, che si sostituiva al potere locale
in una logica sempre criminale, ma che aveva come principio quello del soccorso
e della protezione, è scomparsa. Quello di cui mi vado
convincendo e che, nella mia bella Napoli nel suo “corpo largo” si imprima come
per una nemesi “il male” che ci riguarda tutti/e, quello che la vita non vale
niente. “I denari”, la forza prepotente dei più forti, diventano un modello da
perseguire ed imitare, spesso non si sa nemmeno di quale pezzo dell’ingranaggio
si fa parte e come per un lavoro a cottimo si fabbrica non importa che cosa,
non importa per chi. Mi provocano dolore i
morti che ogni giorno affollano le cronache, il mio dolore non cambia se si
tratta del “capo zona” appena quindicenne, spacciatore e consumatore di droga
di Scampia o se si tratta della morte di Ana Carolina Reston, modella brasiliana
famosa in tutto il mondo, morta a soli ventidue anni a Rio De Janeiro per
anoressia: si nutriva di una mela o di un pomodoro al giorno; quaranta chili
per continuare ad essere una contesa presenza nelle passerelle mondiali della
moda. Si può morire per mano
armata, per mano invisibile. Per essere qualcuno o per essere la più bella. Ma è proprio il dolore
che provo ogni volta, rinnovato, senza possibilità di tregua, ne dimenticanza
che mi fa riflettere. Ho una possibilità, di cui non posso più fare a meno,
quella di guardare a quel particolare di poco conto, uno scarto, un resto che
mi permette di spiegare la complessità di ciò che accade e che mi tocca
profondamente. Nella realtà si
combattono tante “guerre”, compresa quelle della camorra, accadimenti troppo
grandi per essere capiti fino in fondo; è più semplice per me guardare chi sono
quelle donne e quegli uomini che queste guerre le fanno, capire perché, ed io
con loro, certe cose accadono, cosa ci spinge a certi comportamenti. Vittime e carnefici di se
stessi, sento che quello che ci paralizza in una infelicità senza scampo è la
mancanza d’amore. Parola facile, nutrimento mancante, bisogno confuso,
sostituzione pericolosa, mentale astrazione che sterilizza il corpo. Questa mancanza d’amore,
espone le donne in maniera a volte drammatica; gli uomini combattono guerre fra
loro, le donne spesso contro loro stesse, ci si può ammalare fino al
deperimento del corpo. Il corpo che ci parla, che vuole imparare a vivere,
carnoso desiderio che nasce con noi, punito non dalle poche cose che ci bastano
per vivere, ma dal poco valore che diamo agli incontri. La paura fa la sua
apparizione nel corpo vulnerabile, anche quando con una pistola puntata a
distanza ravvicinata, il giovane di Secondigliano tremando e bagnando i suoi
pantaloni firmati si accorge che non ce la fa a morire come fa un vero
camorrista. In quel momento, nell’assoluto abbandono, si rende conto del dramma
della sua vita; che quando si muore così, si muore soli. Fotografie mostrano la
ferocia dei corpi dilaniati in tutte le angolature, in tutte le prospettive.
Nessuna presenza caritatevole si sono meritate quelle vite da poco, il giorno
dopo la scena avrà un altro nome e cognome, un’altra famiglia. Eppure l’amore di cui
abbiamo bisogno dalla culla alla tomba, dentro e fuori le mura domestiche, ci
deve accettare per quelli/e che siamo, deboli ed indifesi, incapaci di
chiederne l’urgenza. E’ la mancanza d’amore a
far nascere odio, l’uso della forza, la subordinazione al potere in tutte le
sue possibili rappresentazioni. Dobbiamo imparare ad
amare, oggi, di nuovo, ancora. Imparare dal cuore che
capisce e da cui la parola nasce. Non ci si salva dalla
mancanza d’amore, le donne lo sanno, hanno molto pagato per questo. Nell’irrequietezza, nei
colori senza filtro, nel mare porta aperta sul mediterraneo, nel Vesuvio
imprevedibile forza, si percepisce l’amore confuso di cui siamo capaci. Il
rischio è connaturale al vivere partenopeo, dove per rischio c’è un’antica
ingenuità di trovare qualcosa di buono, si, trovare, un pò per miracolo, un
miracolo che si rinnova, come quello di S. Gennaro. Qui si nasce
e si cresce aspettandosi poco e niente, a chi ti riconosce una capacità si è
riconoscenti in una dipendenza che ne vanifica il valore. Sarà per questo che in
una “foia” senza età convive il disincanto, che la distrazione non consente la
continuità e i progetti stancano, solo la meraviglia affranca dalla sfiducia
umana; la generosità qui ha il carattere dell’emergenza e del soccorso, per
tutti, napoletani e non. E’ vero che il sole
cambia il nostro umore e dal mare viene energia, qui nel rapporto con la natura
si è soli senza nessuna guerra da combattere. I bambini e gli
ignoranti sanno sentire, ed il limite tra la vita e la morte non è legato ad un
filo, la vita è la vita, la morte è la morte. Della malattia: diagnosticata,
prevenuta, curata, loro conoscono solo il dolore che irrompe nella vita, non il
dolore che convive con la vita. Il popolo di Napoli che
io conosco è incistato di saggia ignoranza. Così si spicca il tuffo dagli
scogli più alti, il gesto inventivo, la parola secca, il canto gutturale. Chi ama non è mai
pentito, e il tradimento si consuma in gesti incomprensibili, il perdono non
perdona chi perdona. Si muore per un incidente previsto ed ignoto, per la scelleratezza
di una corsa senza casco, per sfida. Chi ci può aiutare ad
avere amore per la realtà cosi com’è, costruendo per essa vaccini contro il
rancore e la violenza? L’amore non si merita, si riceve e si da per quelli/e
che sono e siamo, solo riconoscendolo dentro di noi si da lo spazio della sua
azione. Strette, in cose, progetti, lavoro, obblighi veri ed inventati abbiamo
poca sensibilità per le cose essenziali. Credo
ci sia la possibilità di allontanarsi da riferimenti che crediamo sicuri e
gestibili, la realtà non è così ristretta, a guardarla bene è più grande,
possono accadere cose che non ci aspettiamo, so che questo è più vero per me
con una donna, più difficile e doloroso, con una donna. A
volte sono contenta, perché so meglio cosa fare, con chi e per chi farlo, ed un
pò di felicità arrivi anche a me. Come quando ero piccola, ricordo, camminavo
per strada con mia madre, una mano nella sua, avanzavo a fatica per assecondare
il suo passo più veloce, nell’altra mano stringevo una carta di caramella,
conservata per giorni, quel prezioso pezzo di carta fermava nella sua
trasparenza i vari colori: il rosso, il bleu, il giallo e quello strano suono
che si sentiva nel piacere di scartocciare. Si
perché la felicità vive soprattutto nelle piccole cose, come sanno farci capire
i bambini e le bambine. |
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