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Non solo "biblioteca di Babele" - Nadia Nappo |
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La città è violenta.
Questa sta diventando una premessa “incontrovertibile”, la sua immagine
totalizzante. La violenza è il totale in cui viene chiusa e inscatolata Napoli,
così si ottengono tutte le possibili combinazioni, e ogni cosa (esprimibile)
diventa: crimine, morte, sangue, paura, omertà, guerra, sventura, miseria,
tormento, tortura, sciagura; si ottiene il catalogo fedele di tutto quanto si
può mettere in comune, l’ensemble
sul tema, scaffali pieni e ogni singola cosa diviene un unico insieme, si massifica
nella formula “violenza”, rivelando la sua formidabile potenza invasiva, vera o
presunta, quello che è, quello che è stato, quello che potrebbe essere. Tutto
questo diventa disponibile in un sol luogo, e non un luogo dell’“altro mondo”,
ma di questo mondo, del nostro, nella nostra casa. Ed ora ben s’inseriscono le
parole di Roberto Saviano, riprese dal suo scritto “Gomorra”: Le bande che imperversano per Napoli non sono
composte esclusivamente da individui che fanno crimine per aumentare il volume
della propria borsa, per arrivare a comprare l'auto di lusso o riuscire a
vivere comodamente. Sono spesso coscienti che riunendosi e aumentando la
quantità e la violenza delle proprie azioni, possono migliorare la propria
capacità economica […]. A
Napoli la ferocia è la prassi più complicata e conveniente per cercare di
diventare imprenditore vincente, l'aria da città in guerra che si assorbe da
ogni poro ha l'odore rancido del sudore, come se le strade fossero delle
palestre a cielo aperto dove esercitare la possibilità di saccheggiare, rubare,
rapinare, provare la ginnastica del potere, lo ‘spinning’ della crescita
economica (p. 56). In un tale
presente si è travolti da questa eccedenza di orrore, da questo accumulo di
violenza ed è possibile esser consapevoli che non sarà più possibile né
governare, né documentare. Abito nel “famosissimo”
centro storico della città, e sempre avverto un sottile ed incuneante disagio
nel comporre il racconto della situazione che vivo, che viviamo. Mi sento come
senza presa nell’affrontare, qui ed ora, ed anche nel frattempo, gli
accadimenti; avverto il mio non essere contemporanea al quando e al dove si
violenta; certamente mi accorgo che, anche nei pressi della mia casa, c’è un
crescendo di violenza, di arroganza, un sapore acre ed amaro, un odore acido e
rancido. Cosa sta realmente accadendo e con quali variabili mi è consentito
interpretare quello che succede in città per non cadere, non sprofondare, nei
soliti e tanti luoghi comuni: “come faremo”, “come siamo arrivati a tutto ciò”,
“chi può far qualcosa”, “come stare sicuri” e “salvarci dalla rovina e dallo
sconforto”. Non voglio, per nessuna
ragione, essere assimilata a questo totalitarismo, a questo mercato
globale. Guidata da questo
desiderio mi muovo con il mio senso (buono) di spaesamento e da donna, libera e pensante, cerco una
comprensione dei fatti. Con queste premesse voglio riuscire ad essere
contemporanea a quel che vedo, percepire la differenza del mio sguardo. In
questo mercato, che produce sempre più schiavi, cadaveri e le forme della
politica sono sempre più invasive su corpi fatti a pezzi, giocando a costruire
il “vincente”, dove la posta in gioco è il corpo vivo, consentendo un
potenziamento della vita ed al tempo stesso una svalorizzazione ed umiliazione
della stessa vita, rivelando la sua irrimediabile utopicità, si può anche avvertire la necessità di
fare resistenza e di muoversi
“senza rete”, poiché quello che accade riguarda le nostre singole vite e morti,
attraversa le nostre soggettività, e riguarda particolarmente corpi di donne,
senza le quali non vi sarebbe vita umana. Dare l’avvio a una discussione
complessa, che si espone al proprio pensiero libero e che funziona con la
partecipazione di molti, come abitanti di una stessa città che, tra pezzi di
corpi e astrazioni giuridiche, riescano a curare la vita e “tenere nelle proprie mani le ragioni
del lottare”, con un buon esercizio dell’“arte della polemica”. Se la libertà è un
“evento che si origina dal rapporto che ogni donna ha con la vita”: dolore,
gioia, crescita, morte, inizio, ritmo, cosa mai sa fare la mia libertà se non
forse comporre un catalogo che non costringe a tener tutto insieme ad ogni
costo, pena la cancellazione e l’invisibilità senza scampo, l’ingiustizia e
l’offesa. Cerco di rendere utile la mia sventura, qui ed ora, con un piccolo
marchingegno: per avviare la ripresa del fare aggiungo un’altra unità, e solo
perché sia possibile l’impossibile (un possibile nell’impossibile) vado ad
incontrare nel mucchio, il grande numero, un uno riconoscibile e non sommabile.
Lavoro in una grande
biblioteca e quindi anche a contatto con un immenso catalogo online. Lì, come
in un enorme scaffale virtuale, ritrovi tanti titoli di libri posseduti. Lì,
ogni cosa è cercabile e pertanto (si crede) anche trovabile; più ce n’é meglio è, ma ciò potrebbe esser vero se
ogni singolo volume fosse utile per iniziare ed iniziare di nuovo, perché ogni
singolo libro serva a comporre il tempo di questa biblioteca ed arrivi
all’oggi, al presente, qui ed ora. Spesso può accadere che per fare il grande
catalogo (la rete dei libri online) si può perdere la peculiarità di un singolo
esemplare. Per esempio, può accadere che alcune raccolte di novelle di Matilde
Serao riuniscano, sotto edizioni con uguale titolo, novelle diverse, e pertanto
diventa importante scorrere l’indice; o che edizioni di una stessa opera,
differenti solo per anno di stampa, vengano descritte sotto lo stesso titolo,
così da apparire come un’identico esemplare. Tutto sembra uguale, ma non è
così. Nel mio presente, tra
questa smisurata quantità, so per certo che c’è anche tra gli altri e con gli
altri, un testo di Gertrude Stein, da me particolarmente amato. L’enorme
catalogo poteva stare lì e si potevano semplicemente inserire solo i dati dei
volumi, periodici e giornali da acquisire, ma tra i posseduti compare il famoso
testo della Stein. Avevo letto
questo libro ed aveva colpito il mio interesse; quando, per caso, l’ho
ritrovato in una libreria, a prezzo scontato, l’ho donato alla “mia
biblioteca”. Questo atto era importante, avrei iniziato di nuovo e di nuovo a
leggerlo lì tra gli scaffali di un mercato senza limiti. Era accaduto che il
catalogo non era più uguale a se stesso, ma l’avevo usato per proporre qualcosa
di personale. Sicuramente lasciavo una cosa che letta da un’altra persona
sarebbe stata e sarà un incontro particolare, una “strana sequenza”. Quel testo
senza la mia partecipazione non ci sarebbe stato, e questo rompe la sequenza.
Nel testo (donato) “Conferenze
americane”, edito da Lucarini nel 1990, si può leggere: L’unica cosa che è
diversa da un tempo a un altro è ciò che è visto e ciò che è visto dipende da
come ognuno sta facendo ogni cosa. Questo fa la cosa che stiamo guardando molto
diversa […] e questo fa ciò
che è visto come è visto (p. 3). Questo per me è
l’invisibile, che sempre nel suo invisibile, si fa visibile in un incontro
di sguardi umani. Nel ben di dio
dei libri si coglie il “ben di Dio”, l’amore che si accoglie e rende ogni cosa
dissimile. Ognuna e ognuno ha qualcosa di diverso da guardare e non essere
annientata/o dal peso massificante del giudizio generale della politica e della
cultura corrente. Nel testo della Stein possiamo ancora leggere queste parole: se
è tutto così simile deve essere semplicemente diverso e ogni cosa semplicemente
diversa era il modo naturale di crearla allora (p. 9). Vorrei che la paura del vivere, qui ed
ora, siano la mia paura, e ciò che posso fare con altri e altre sia il mio modo
di vivere la vita e vedere la realtà, e pertanto anche la stessa “violenza”,
così, semplicemente senza rete. |
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