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Cultura del Sistema - Angela Putino |
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Neoliberismo e
camorra Non molto tempo fa, in
testi che oggi vengono riletti e forse anche capiti, uno dei più significativi
pensatori del Novecento sostenne che ciò che rende possibile la presa del
potere su di noi è la sua parte invisibile. Tutti analizziamo in un modo o nell’altro il potere, un potere, o
ciò che crediamo lo renda
possibile; e misurandoci in questo rapporto lo comprendiamo e lo crediamo effettuale nei modi con cui ce lo
spieghiamo; solo che le spiegazioni, le analisi che effettuiamo sono relative a quegli aspetti per cui il potere ci risulta, in fin
dei conti, tollerabile.
L’eventuale intollerabilità, le forme insostenibili che rendono effettivamente
precarie le nostre esistenze non le scorgiamo, e proprio questa nostra cecità
rende possibile ad un potere di investire le nostre vite. Se si parla di forme
di potere, se ne parla dove già si è acquisita una resistenza, una risposta,
un’affermazione contraria, per il resto,
il non vedere o il non capire non sono solo una difesa, ma esattamente il varco attraverso cui noi diveniamo
disponibili ad un potere inusitato. Ciò che ci accade oggi continua ad avere lo
stesso procedimento: quanto fa funzionare una gestione di potere è il fatto che
non lo scorgiamo per dove è, pur continuando a essere solleciti nel
denunciarlo dove ormai occupa zone
di relativo interesse, poco calde, si potrebbe dire. Giustamente, ed io stessa l’ho evidenziato nel Seminario di
quest’anno di Diotima, a Verona, si considera la politica di donne legata ad un
modo di essere che non la vincola ai criteri della rappresentanza, e che può
perciò considerare tutto l’apparato del parlamentarismo come qualcosa che ne
intralcia la comprensione e che soprattutto non ne può rappresentare lo stadio
più maturo in cui dovrebbe trovare il vero sbocco. Insomma tutta la politica
della rappresentanza -o rappresentazione- di genere è una politica fasulla che
non si lega ai tempi e ai modi di una libertà femminile che ha costituito e
costituisce il nucleo della politica di donne. Lo sappiamo, ma vale la pena di
ribadirlo soprattutto in alcuni luoghi, come quelli in cui sono presenti
componenti di commissioni di pari opportunità che cercano poi di riprendere,
tra le fila di discorsi sulla differenza, i nessi con la politica tradizionale e la rappresentanza di
genere. Ma è solo questo ciò che si rende visibile in queste commissioni? nelle
attività legate alle pari opportunità? Credo che dobbiamo scartare il visibile
per avere il coraggio di guardare la reale composizione di ciò che lì si
pretende di attuare. Sempre lo stesso pensatore che citavo
prima, cioè Michel Foucault, suggeriva, riferendosi all’Iran dello Scià e delle
spartizioni dei proventi nella famiglia reale o in certe istituzioni vicino
alla corona, che sarebbe stato opportuno fare nell’Occidente una storia della
corruzione e dei suoi meccanismi. A questo vorrei aggiungere che il femminismo ci ha insegnato che
per esaminare questi aspetti, occorre però cogliere, prima, cosa hanno fatto
fuori; nel senso che le corruzioni, le reazioni, lo stato di cose che si
gestiscono nell’illegalità non sono interessanti per ciò che evidentemente
mostrano, cioè un esercizio di dominio, o una forma d’arricchimento, ma per il fatto che prendono piede non propriamente sulla
negazione della legalità,
ma la producono perché hanno
eliminato qualunque senso della politica legato alla forma viva di questa.
Così noi abbiamo letto i modi dei
poteri e la corruzione a questi interna quando abbiamo esaminato le procedure
di esclusione di donne, con tutto ciò di cui erano portatrici in termini di
innovazione del pensiero. C’è sempre una corrispondenza, quasi una parallela,
obbligante, causalità, tra ciò che viene fatto scomparire e la corruzione che
ne segue. E forse gioverà ricordare come siano stati corrotti i termidoriani
dopo aver sommerso la rivoluzione francese nel sangue – e
sono stati loro i veri artefici di un massacro senza
precedenti . Ecco, è da domandarci chi sono i termidoriani, o, meglio, le
termidoriane di turno e che cosa hanno in comune, cosa gestiscono che le rende
così apparentate alla cultura del Sistema. Perché, per ritornare alla questione
iniziale, è del tessuto del Sistema e dell’ovvietà di comportamenti che da esso
derivano, come parte invisibile ed operativa di un potere, che
non si tiene conto. Si tende a negare ciò di cui consiste e ci si
rifiuta di pensare che le istituzioni, qui a Napoli, ne possono essere intrise,
e, quando si parla di donne, ci si
rifiuta di analizzare ciò che accade quando si entra in settori istituzionali,
preferendo l’intervento polemico che
lavora sul sicuro e serve ad arginare sempre e solo la questione della
rappresentanza di genere. Si cela così il fatto che sia subentrata una
nuova procedura, in questi spazi
delle politiche rivolte alle donne e nelle pari opportunità, che soppianta la
precedente che era inserita nelle
categorie e negli usi politici dei partiti e nelle politiche istituzionali, per proporre una differenza
di genere che non risente, come prima, di un’incapacità di comprensione della libertà femminile, ma la
sottomette ad una manipolazione che la depotenzia e l’annulla utilizzando una
logica esemplarmente apparentata con quella d’ ‘o Sistema. Prima di spiegare i
motivi che legherebbero in maniera così affine le due logiche, voglio
momentaneamente soffermarmi su elementi ovvi del mio discorso, ma che è bene
chiarire per evitare equivoci. I possibili vincoli di certe forme dell’agire
politico con le modalità d’azione della camorra, non vanno ricercate sul piano
immediato dell’illegalità; che nelle amministrazioni di molte regioni italiane
vi sia dell’illegale e che, in particolare, in Campania, molti consigli
comunali siano stati sciolti perché sospettati d’infiltrazione camorristica, è
cosa ben risaputa, ma non è questo che apre passaggi ed equivalenze. Ciò che va
considerato è il peso simbolico di alcune gestioni, cioè che cosa significano
questi comportamenti quando li si scorge nella ricaduta soggettiva,e, quindi,
quale soggettività costruiscono? E, soprattutto, quale legittimità e forza
vincente possono accostare alle
esistenze femminili ed al senso
che una donna che lavora nelle istituzioni ha di sé. Per capire, occorrerà
scalzare anche un’altra parentela facile che connette il governo della città di
Napoli con un’abitudine a far occupare posti negli assessorati o e nelle
commissioni -che si moltiplicano vertiginosamente- a persone familiari, vicine,
intime, conosciute, affidabili in termini di consenso, indipendentemente dal
fatto che abbiano vere competenze. E questo spiega perché, in seconda battuta,
divenga urgente cercare consulenze esterne. E forse anche su queste e sulle
remunerazioni ottenute, si potrebbe intervenire. Insomma persone e
distribuzione delle risorse all’interno di una cerchia che, prima di costruirsi
per capacità di governo, è messa su per capacità affiliativa, per essere
riflesso di un “proprio”. E, se questo ha una rilevanza per l’analisi del
nostro presente e potrebbe farci invocare l’utilizzo di quelle categorie
immunitarie di cui parla un noto filosofo napoletano, Roberto Esposito, e che
corrispondono all’ossessiva difesa di un interno o di un proprio, neppure da
questa parte intendo segnare la complicità tra alcune istituzioni “femminili” con le gestioni d’’o
Sistema. Per capire occorre fare un passo indietro ristetto a questo
“insieme” chiamato ‘o Sistema che permette di scorgere come in un
accrescimento patologico, quelle stesse funzioni e quelle costanti che fanno il
tessuto dell’imprenditoria neoliberale. Si tratta di cogliere che ciò che fa il sistema è antecedente
alla sua coalescenza in quel
pachetto imprenditoriale costituito dalla camorra e che per coglierne la portata simbolica occorre accorpare
due modi che funzionano all’unisono. Da una parte, il registro imprenditoriale,
il mercato e la concorrenza, tutto quello che riguarda il gioco diretto dei
processi economici; e dall’altro, la volarizzazione del vivente, la sua
significazione, il suo valore, letto in chiave evolutiva, cioè la promessa d’
individuazione di una tendenza vincente.
Da tale somma, da tale intreccio, viene fuori un’ economia che investe
la vita, tanto che non solo le modalità del vivente possono essere composte,
lette ed indirizzate dalla voce economica, ma che l’essere homo oeconomicus si crede
divenga espressione ed avvio di una nuova speciazione umana, più evoluta, e destinata a
dominare. Questa indissolubilità ottenuta fa funzionare all’unisono i due momenti
fino a quella posizione estrema
attuata dall’imprenditoria camorristica, dove gli errori economici
divengono cadaveri e dove l’eliminazione della concorrenza o la distruzione
della concentrazione monopolistica non sono termini metaforizzati, ma contano
nella loro letterarietà e, con la naturalezza di un processo biologico,
producono morti. C’è da domandarsi perciò
se le premesse che agiscono nel Sistema secondo valori simbolici siano da
ricondurre a questo sistema camorristico o se non vadano ricercate nell’ambito
di una dimensione economica che ha preso strade interne al vivente, pur modellandosi
secondo criteri interni a uno specifico modo di gestione dell’economia. Se il
percorso tocca l’ interno delle
vite come una promessa di qualità e valorizzazione, risulta evidente che la camorra non si muove essenzialmente
per far guadagni come da più
parti, anche istituzionali, si dice utilizzando i criteri dell’arricchimento
come se fosse possibile servirsi
di categorie non ancora economiche quali il computo di ricchezze; è perché la
dimensione economica- ed una forma particolare di questa, come dirò di seguito-
fa tutt’uno con la qualità della vita e con il riscatto da esclusioni che
confinano in residuo inservibile d’umanità, che la sponda di quel che già
compare nella vita sociale, e che la camorra esalta fino a farne un carattere
distintivo, riesce ad aver presa come modello presso i nuovi esclusi. Qualcosa si è così
naturalmente insinuato nel nostro vivere e in modo così invisibile che riesce
difficile coglierne l’estensione e la portata. Del resto è del potere, come già
ho detto riprendendo Foucault, il rendersi tollerabile nella misura in cui
crediamo esprima ciò che sappiamo e possiamo fronteggiare, ma di fatto il
potere ha presa perché non è percepito nel modo in cui è. Così se guardiamo a
noi, senza usare il “Sistema” come unico punto in cui si incanalano
estreme pressioni, ma lo lo consideriamo come un laboratorio in cui si esaltano
elementi che fanno parte della vita comune, possiamo cercare di capire cosa
significhi un legame tra imprenditoria e vita. Innanzitutto, quello che
viene esaltato all’interno dei nuovi sistemi simbolici legati all’economico,
non è un modello ripreso dal
liberalismo che in genere vede il suo asse ruotare intorno a significati quali
l’effetto-merce,lo scambio, il consumo, cioè quindi un mercato contrassegnato,
o dal lasciar fare, come se il
gioco diretto degli interessi economici
fosse in grado di produrre, per inerzia, un regolazione, o, invece, da
una richiesta diretta di un intervento dello Stato che può andare da modi molto
contenuti fino a forme di pianificazione;
e quest’ultima voce, con la necessità di creare posti di lavoro, fissare
i prezzi e sostenere il mercato, si presenta spesso come una compensazione
all’interno del liberismo. Questo insieme di punti è ciò che crediamo sia
la regolazione mercantile e
capitalistica che offrirebbe anche alle donne l’occasione di un movimento più diretto, meno
controllato, ed aperto alle vicende dello scambio. Ma siamo veramente qui? o
non dobbiamo renderci conto che non è un modello liberale che agisce oggi ma quello del neo-liberalismo ?
Quello, appunto, che proviene dall’ordoliberalismo tedesco. La posizione
neoliberale fa cambiare completamente la prospettiva e distanzia le categorie del liberismo: innanzituttto
non ci pone di fronte ad un consumo che farebbe assumere alle masse il
carattere di uniformità, legandosi a
particolari discipline normalizzanti, ma accentua dei meccanismi di
concorrenza che non si appellano più ad una regolazione accumunante e si traducono
invece in un effetto di
differenziazione. Quindi, non più l’uomo uniformato dal consumo, ma l’uomo che
s’immette nella concorrenza in base ad un posto di produttore differenziato e
specifico. Il quadro non cambia di
poco ed è così diverso perché è stato sostituito il piano oggettivo del mercato
e dell’economia con quello che si potrebbe chiamare un piano soggettivo: si
passa da un registro di scambi e di strutture alla dimensione soggettiva
dell’impresa. Infatti nessuna impresa è tale se non inizia dal carattere
imprenditoriale che il soggetto deve assumere, anzi dal fatto che si è soggetti
solo in quanto si è imprenditori. La possibilità di dichiarare la verità di un
soggetto sociale dipende perciò
dal suo proporsi come produttore d’impresa e, man mano la cosa si fa sempre più
puntuale, dal suo stesso essere imprenditore di sé, tanto che ciò che
innanzitutto risalta in tale imprenditoria è che il primo capitale, la prima
disponibilità è quella biologica, ed è questo il primo dato d’impresa che
occorre avviare. A questo punto è chiaro che l’attività economica fissata
nell’imprenditoria diviene il processo in cui è presa la soggettività e,
contemporaneamente, anche il movimento biologico del vivente umano; si può dire
che la logica d’impresa costituisce e salda i due momenti tanto che in tale condizione
neoliberista si potrebbe definire il vivente come l’imprenditore di sé, e
l’impresa come il comportamento
biologico adeguato del vivente.
Sembrano confluire nel
registro di un’economia, che
accentua i caratteri d’impresa e quindi di differenziazione necessaria, i
sedimenti di un processo evolutivo che consente ai viventi di qualunque specie
di trovare una “nicchia ambientale” in cui vivere e riprodursi, in nome,
appunto, di una capacità di valorizzare la differenziazione e di promuoversi ;
il “trovar posto” di stampo evolutivo si salda con una logica della concorrenza
e della differenziazione, e la logica d’impresa fa tutt’uno con la vita di qualità. In tal modo si
presentano nuovi razzismi, che più che riguardare razze sono rivolti a riselezionare
la specie umana che meriti di vivere. Ed è in tale logica di
neo-liberismo, che alcuni autori-
tra questi l’economista Becker-
seguono l’accostamento dell’imprenditoria alle vite ed ai
comportamenti, presentando
come “adeguato” l’individuo che mette il proprio “capitale umano”
alla base dei suoi investimenti per promuoverlo, per maggiorarne gli sforzi ,
facendo così di sé “l’imprenditore di se stesso” e rendendosi in tal modo degno di vivere. Ci troviamo di
fronte ad una logica d’impresa che non solo mira a dar forma alla società, ma
si converte in un’ interiorizzazione personale, una guida interna
biologico-economica che sembra promettere una nuova evoluzione, una
misurazione delle vere prestazioni della vita. E qui, le differenze fanno parte del gioco come processi
identitari e locali che trovano la strada della concorrenza e dell’impresa, e
poi quella del mercato globale e, con questa, quella della vita degna di essere
vissuta.. Le imprenditrici di
sé Come si può notare, le
differenze incrementeranno un localismo parziale, una vocazione identitaria e
la ricerca di stabili attributi con cui nominarle. Che il sistema camorristico,
nelle sue caratterizzazioni identitarie e nella serie di comportamenti
differenziati e volti ad acquisire qualità di vita superiore, incontri questa
logica d’impresa, mi sembra una lettura immediata e suffragata dallo stesso
Saviano che batte spesso sull’aspetto imprenditoriale del Sistema. E, tuttavia,
se abbiamo fatto questo passo d’analisi verso la logica imprenditoriale, ci
viene incontro il rientro di tale logiche nei settori istituzionali, e il modo
in cui si fa della vita un’ impresa, e dell’impresa una specificazione che sola
sarebbe in grado di offrire “qualità di vita”. Questo forte affiorare di capacità d’impresa in molte donne
che lavorano in istituzioni regionali o universitarie, in una città come
Napoli, dove risulta diffusa una mentalità che relegando la camorra in una
questione di “far soldi” è poco
attenta agli aspetti simbolici del Sistema ed alle sue prese, dovrebbe essere
un punto d’interrogazione, se non di sospetto. Credo che l’accentuarsi di una
logica d’impresa, fino nei suoi paradossi, nel mondo femminile delle
istituzioni, trascini dietro una strana parentela con le rivendicazioni simboliche
del “sistema” e costituisca un particolare contatto tra le insicurezze
femminili e la voglia di dimostrare una qualità di vita adeguata, superiore,
lanciata nel futuro ed in grado di far sentire la rivincita, la capacità, lo
scarto di qualità, la differenza. C’è spesso, occorre dirlo, una qualche
ostentazione “biologica” che fa tutt’uno con una certa aria manageriale.
L’avvio in tale capacità
d’impresa, per queste donne
istituzionali che si occupano di donne, è quasi sempre una subalternità a
quell’ordine simbolico che il maschile produce e riproduce nei luoghi del
politico e del sapere, e queste donne occupate dal fare formazione, mettere su
dottorati di genere, rivelano nei fatti, nelle dichiarazioni, negli studi e nei
riferimenti una sottomissione alle
regole discorsive dei politici e dei docenti che non solo non viene mai questionata –poco oggetto
di autocoscienza- ma è esorcizzata
attraverso le uscite in pubblico su i temi della differenza sessuale che consentono loro di nascondere, o
meglio, di misconoscere la sudditanza da cui pure parlano. Eppure è facile
notare che tutto ciò che in questi
pacchetti formativi – lezioni, conferenze, raccolta e cura di articoli- sostiene l’impresa è la capacità
di ottenere una confezione discorsiva che vale perché è disincarnata e non
viene mai ad un confronto diretto
con il pensiero vivo del femminismo. A volte si fanno passerelle di pensieri al femminile,
giocando su equivalenze che appiattiscono il pensiero in una sorta di
epifenomeni discorsivi senza dialogo né interlocutrici; altre volte si
confezionano programmi di ascolto del pensiero della differenza, senza un avvio
che nasca da un lavoro collettivo di ragionare e di comunicare, ma solo per
poter trovare parole, condivise e da inculcare, che più che altro sono utili
alle imprenditrici istituzionali di pari opportunità o alle docenti di “genere” per assicurarsi una possibilità
di dare norme di regolazione a donne che lavorano o studiano con loro e per assicurarsi varie forme di
sottomissione. Si potrebbe obiettare che questo modo di fare pervade anche le
zone dei politici maschi; ed ovviamente non si può non rispondere che si, ma
rilevando una forte differenza: impegnati come sono a difendere alcuni
stralci di procedure derivanti da
un politico fatto di rappresentanze, computo di consensi, e schermaglie
discorsive, se ne stanno tranquillamente in quello spazio che il loro simbolico
- non tutto, ma di certo quello che scende a tali livelli- consente loro con agio. Invece per le
donne d’istituzioni, lo scacco che continuano a subire rispetto ai giochi ed ai
saperi di questi uomini, le spinge a cercare autorevolezza, ma invece di
iscriverla in un pensiero vivo, faticoso, attento, la guadagnano su di un piano
che chiamerei d’ ”impresa globale” e che vedono come una conquista in termini di prestazione vitale.
Sono punti che richiamano la nuova
biopolitica neo-liberista e si
manifestano con il cercare sul piano simbolico d’impresa la nuova qualifica per la propria
esistenza. Questi sono ancora i punti di attenenza con “o’Sistema”, o per
meglio dire con ciò che lì è presente e, in certo modo, viene anche prima, essendo diventato per
tutti la misura con cui calcoliamo le capacità del vivente. Ed è in questa zona
di contabilità che la differenza sessuale si lega ad un corpo virtuale e saturo che non si espone alla singolarità dell’esperienza
sessuale, né alla sua scansione simbolica
ed al legame che declina il corpo biologico con una zona che è l’eterogeneo di ogni lingua e di ogni
discorso come un piano diverso, forse un vero piano estatico, che, oggi, è
tutto da scoprire. Si dice differenza, ed
invece, attraverso un cerchio di negazioni si punta a
qualcosa come una “nuda vita” perché si cerca solo quel valore in più che
oscilla tra biologico e capacità di prestazione, cioè impresa. Qui, in questa rivista,
in questo mio legame con altre, nelle scelte che ci accompagnano noi scegliamo
un punto di avvistamento, e, sappiamo che non c’è, se non è teorico; vorrei
cimentarmi perciò, come sempre, nel solo ambito dove una teoria cammina: in ciò
che è materiale. Dal momento che all’interno dei
progetti istituzionali si fanno una serie di operazioni “formative”, e, cosa
particolare, in questi dottorati ed in questi seminari, in queste cure di testi
e di riviste e in queste operazioni narrative e di studi, persino nelle attività delle pari
opportunità ciò che è in primo piano è la scrittura, e dal momento che poi
tutto va a rifluire in essa, perché ancora è lo scrivere il grande fiume
solerte e ronzante, quello che non tace e che, a cominciare dall’impero romano,
è il gran medium di un’operatività prescrittiva e assordante ( occorre
ricordare Paolo e la lezione su di esso del poeta Gabriele Frasca?), così io,
obbedendo ad una materialità ineludibile comincio soprattutto da qui. Queste scritture che raccolgono il
meglio della posizione delle imprenditrici di sé sono il luogo dove tutto
diviene spendibile come pacchetto di attributi, parole conformi, piccole gocce d’identità che servono a sapere chi si
è, ed immediatamente forniscono l’ambiente entro cui si riceve un identità di base, di modo che, attraverso l’identificazione, ci si
lega al luogo che l’ha promossa, per
divenire, in quello, un soggetto di consumo differenziato. Si è
imprenditrici promuovendo l’imprenditoria delle altre che fa sempre tutt’uno
con l’investimento in termini di identità e di mercato; così la differenza
diviene il centro e risalta subito quando è spendibile attraverso frasi, segni
distintivi, parole che ritornano come sequenze e che forniscono il quadro entro
cui si è donne. Se questa è la
“corruzione”, occorre chiedersi, come per ogni luogo di tal fatta, cosa ha
sospinto indietro, da cosa ci si
difende o cosa preclude. E la scrittura ne è illustrazione e sintomo. Napoli è
il luogo dove vi sono il maggior numero di riviste, libri, iniziative di donne che si traducono in testi,
sovvenzionate dal “pubblico”. E’ giusto? è un handicap? Certo il fatto di
essere imprenditrici, in assimilazione al Sistema, vale solo per questa
sopravvalutazione
dell’imprenditoria come modo di dar valore a vite svalutate, ma poi, per
il resto, si cerca solo di attingere alle risorse offerte dalla azienda pubblica. E cosa accade allo
scrivere? Si assiste in alcuni casi ad una frammentazione di frasi, di comparse, di esperienze,
così che ciò che viene detto è il modo non di produrre racconto e ascolto,
intreccio e separazione, ma di mostrare come ciò non sia più possibile.
Significa non cogliere nulla del racconto e dell’esperienza, credere che quelle
frasi-baluardo gettate lì da qualcuno/a
forse a segnalare una presenza e basta, siano qualcosa di diverso dal
tremito un pò afasico di una paura, di un’abiezione. E’ facile, disinvolto ed
offensivo contrabbandarli per racconti. E soprattutto è privo di studio e di
lavoro da parte di quelle che li raccolgono. Vogliamo dimenticare quanto queste
forme di dire somiglino ai fogli-archivi raccolti in manicomi, comunità, case
di cura, prigioni? Cosa si fa? Certo non li si restituisce indietro, agli
interessati, tali e quali. Ci si cimenta a capire, a interpretare, meglio se
con loro, ma bene anche a distanza, per cominciare a far teoria, congetture, su
noi, su quello che ci accade, sulla società in cui siamo. Questa è la
restituzione necessaria. E la teoria è così. Carla Lonzi suggeriva di alzare il
cielo. La via teorica somiglia: è come essere forniti di una scala ed avere la
possibilità di allargarsi sui tetti, mano a mano, incontrando un pò a caso
altri spazi. Non li produciamo, li incontriamo: sono il terrazzino teorico
della vicina, dell’ingegnere a fianco, di quella strana poeta. Non li
inventiamo; abbiamo inventato solo la prima scala poi ci cominciamo ad allargare, salendo e scendendo. Non
sono spazi nostri, sono spazi che ci capitano, anche se noi sappiamo bene qual’è
stato all’inizio il nostro problema, qual’è stata l’iniziale mancanza d’aria
per cui abbiamo tirato su una scala. Ho raccontato in tale modo per ricordare
Lucia Mastrodomenico che per mesi e mesi mi diceva: «dì così» e rideva. Vediamo ancora cosa capita
alla scrittura da un’altra parte: quella degli studi di genere. Quello che lì
capita è l’attributo generalizzato; tutto è argomento di inclusione, solo che
si scopra attraverso quali categorie. Queste sono varie e sono al tempo stesso
indiscernibili, il centro ora è heideggeriano, ora fa l’occhiolino al
postcolonialismo, ora tira dentro il cyborg, la differenza è qui il differito
oggetto di un godimento che va snocciolato vestendo ogni volta qualcosa di un
altra. Ma non come, in ogni caso, fa il bel soggetto isterico che a quel
desiderio dell’altra si lega incondizionatamente, anche se a rischio di tanta
confusione. Qui il soggetto è perverso ed entra nei panni di un’altra
attraverso il termine stesso “attributi”, cioè con l’ attribuirle-attribuirsi
ciò che può essere poi oggetto di consumo e che occorre non sia mai qualcosa
che sta veramente lì, in quell’altra, incarnato, creduto, e non prelevabile se
non per un contatto che lo attualizza. Se c’è qualcosa di sorprendente e di
bello, l’unica cosa che possa capitarci nello scrivere di qualche autrice è
riscire a prenderne a volo quella vita che quella sua scrittura regge e fa
balzare. Qui, per questi testi sul genere non c’è molto da dire. Inizialmente,
forse, la frase di Bourdieu- dal momento che gli uomini sanno avere meno
riguardi- rivisitata: si offrono sul piatto della cultura, ormai anestetizzate
una serie di autrici temibili, terribili, indomite, perché la cultura raccoglie
precisamente, ciò in cui non si crede. E quello che arretra è proprio il pensiero
incarnato, quello che muove da un sito per un pò di teoria, quello che conosce
il racconto e lo riattiva veloce, accellerato, ampio, lentissimo agganciandolo
ad un “provarsi a far teoria” o anche a cercarsi “almeno una teoria”. Chissà
perché, in ada, da questa parte,
abbiamo sempre avuto l’impressione, congetturando, di essere molto
materiali. Vorrei ricordare invece una piccola
disincarnazione perché ancora mi richiama il sorriso di Lucia quando ne
parlava. Siama state invitate
molte di noi femministe napoletane da una di queste filosofe del genere
di Napoli, che ci chiedeva di fare un “insieme”- non saprei dire meglio- in
vista della manifestazione sulla procreazione assistita, e, nel momento in cui
ci veniva chiesto di aderire ad una sigla, ci veniva anche comunicato che noi,
tuttavia, non avevamo alcun valore di interlocutrici, che questa persona aveva
altrove i suoi riferimenti. A qualcuna scappò la frase, ingenua e sapiente:
«Allora perché ci hai chiamato?». Va aggiunto che veniva segnalato da questa filosofa, rispetto al nostro
comportamento di pensiero da “militanti“ di tipo verticale, cioè che
riconoscono l’autorità femminile, l’atteggiamento che lei preferiva: l’ascolto,
l’attenzione, la cura rivolta a
chiunque, la valorizzazione di qualsiasi donna, in una dimensione orizzontale..
peccato, che in una giornata molto
fredda ci avesse fatto aspettare fuori della sua impresa, a lungo; e lì, non
c’era per noi neppure un bicchiere d’acqua. Evidentemente, il chiunque non
diviene il colui che “si desidera così come è”, il quodlibet, il comunque amabile, diviene piuttosto una
specie di nessuno. Evidentemente, segue le sorti di quell’altra della
scrittura. Un pò mutilata, un pò predata, un pò cancellata. Vogliamo fingere che non
ci sia conflitto tra un pensiero di teoria e di avvistamenti e questa
“differenza delle istituzioni”? Veramente crediamo che non ci siano distanze
notevoli qui, a Napoli? Stupisce che alcune “visitatrici” non le colgano. Forse, perché qui si sta giocando una
partita che illustra anche ciò che accade o può accadere altrove. E del resto,
anche qui, l’usuale macchina antropologica fa la sua parte, attraverso giochi
di esclusioni o di parziali esclusioni che servono a tenere in sospeso, a
controllare, a far ruotare piccoli domini. Lucia conosceva nelle pari
opportunità questa sorte di parziale possibilità che le veniva offerta, sapeva
di essere una che cercava di liberare sempre un pò di vita e che questo,
proprio questo, è rifiutato perché
è doloroso. Ma lei -io non scelgo
per me il suo atteggiamento- guardava sempre alla possibilità di un risultato,
indipendentemente da dove. Io bado al contenitore. Lei, invece, si muoveva con
immediatezza. A Napoli teneva, ed alle sue donne. Comunque. Uno spettacolo,
almeno... incontri, come quelli
che aveva preparato con la collaborazione dell’autrice di programmi
radiotelevisivi femministi
Loredana Rotondo, e che
sono stati doni per tutti. Se torniamo alla
materialità della scrittura, anche e soprattutto con una percezione fatta
d’immediatezza, questa cultura di donne, che ci viene presentata attraverso queste due scritture legate a forme
istituzionali, funziona proprio
perché non chiede di essere presa sul serio: è precisamente quell’insieme di
riferimenti a cui non occorre credere, ma che devono combinarsi per dare
l’identità, lo stile di vita, la sicurezza di un genere, a cui, per motivi di
salute e quasi terapeutici, è bene aderire. Una confezione che ci viene
consegnata producendo la stessa
noia con cui ricompaiono i vestiti nei pacchi delle lavanderie. Ma non siamo
seccate da quest’insieme di paccottiglia umida che si riesce a tirare da
splendidi testi di altre donne? Tutto un via vai di bassa letteratura per far passare compitini che invitano
ad un automatismo di gesti, un ordinato angolino di ricevimento, un’accortezza
avara d’investimenti, sul cui fondo ruota la terribile imprenditoria del
vivente. Non occorre fantascienza per sentire qualcosa che sembra provenire
da un testo di Philip Dick, entro cui lo scrivere di
queste imprenditrici di sé si
dispiega in cassettine riservate alle parole da inserire e controllare per
tenere ben fermo un genere attraverso frasette prendibili, afferrabili, e
riproducibili. E questa è la
scrittura del “Sistema”.
Che ci sta per noi di
fronte ad un “Sistema” che solo una rimozione ostinata e cieca non ci fa
osservare? Forse un passo leggero. Quello di Lucia che tocca i punti segreti
dell’amore. Li cita per il fatto
che non sono spiegabili; che stanno stretti in un pugno infantile, come una stella
segreta. Ben vengano gli scritti colmi, pieni di citazioni, divaganti, spessi,
con curve estatiche ed indecifrabili, con spinte fragorose, incredibili,
inesausti. Che si smorzano, si spengono e si riavviano. Oscuri, che non da
altro giungono se non dalla generosità di qualcosa che non è toccato mai. Da
un segreto noli me tangere. |
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