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La teoria della radice - Stefania Tarantino |
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A volte le cose che
viviamo, per quante lontane possano sembrare, si toccano, si intrecciano fino a
coincidere. Le circostanze improvvise irrompono nel già pensato, in ciò che
avevamo pianificato, o quanto meno inquadrato in un preciso ordine mentale. È
stato così con questo numero di Ada dedicato a ‘o sistema’, al particolarissimo
fenomeno della camorra che ormai, da più di due secoli, fa parte della realtà
quotidiana di chi vive a Napoli e dintorni. In un primo momento, ho espresso la
difficoltà e l’incertezza di fronte a un tema che per quanto possa sembrare
vicino (ogni napoletano in fondo sa, o dovrebbe sapere che cos’è la camorra) è
invece lontano e distante. In un secondo momento invece, tutto è cambiato. Una
telefonata improvvisa al mio compagno (fotoreporter napoletano) da un famoso
giornale francese è l’occasione giusta che mi si presenta proprio quando
pensavo di lasciare in bianco il compito che ci eravamo date. Ai due reporter
francesi, infatti, serve una producer-interpreter ma soprattutto una persona
disposta a girovagare di notte per i quartieri “caldi” della città e che
accetti anche di andare con plotoni di carabinieri e polizia in tenuta
antisommossa a fare irruzione nelle case di alcuni presunti affiliati ai “clan”.
Dopo quattro anni passati a Ginevra e dopo molti soggiorni in Francia, il mio
francese è più che buono. Accetto l’offerta e inizia questa incredibile
esperienza di giornalismo nelle periferie degradate del napoletano. Ai due
reporter francesi, che da ora in poi chiameremo Pierre e Marc, interessa una
cosa sola: sapere chi è un camorrista, conoscerlo, parlargli e, eventualmente,
avere anche una dichiarazione di affiliazione a un clan. Dopo una clamorosa
risata di simpatia, dico subito che questo non mi sembra probabile, che nessuno
di loro sarebbe mai disposto a dichiarare davanti alle telecamere, anche se
protetto da anonimato e da privacy, “io sono un camorrista”. È forse possibile,
ma non così. E difatti non lo incontreremo, o meglio, i miei amici reporter
presi dall’ansia di fare uno scoop inedito sulla camorra, si priveranno proprio
di quella calma necessaria per capire e per riconoscere il volto e lo stile di
un camorrista. Da questa premessa inizia il mio racconto dal risvolto teorico
interrogante che si svolge in quattro giornate, tra la caserma dei carabinieri
e i quartieri di Scampia, di Secondigliano e di Nola dove qualche giorno prima
c’erano stati altri due omicidi, padre e figlio crivellati di colpi davanti
alla loro villa a Liveri di Nola. La parola d’ordine che sento più volte uscire
dalla bocca di Pierre (il reporter più anziano e più esperto) è action,
action. Questa parola d’ordine
la rivolge soprattutto ai carabinieri e a me: ai carabinieri perché vuole che
lo portino nei luoghi dove di solito si dice che le forze dell’ordine non
possano entrare, e a me per farmi capire bene cosa vuole e perché in fondo
crede, visti i miei studi di filosofia (come molti purtroppo che hanno un senso
essenzialmente sbagliato dello studio della filosofia) che io sia piuttosto una
contemplativa, senza neanche intravedere che contemplazione già nella sua
radice etimologica comporta un’azione. Ma senza entrare nel merito di questa
sottile differenza, di cui per altro, vista la mia “praticità”, dovrà alla fine
prendere atto, Pierre organizza dunque il piano d’azione serale con una
pattuglia dei carabinieri. Appuntamento alle 23 per andare prima a
Secondigliano e poi a Scampia. Io vado insieme al cameramen, Marc, (perché
oltre alla stampa c’è anche una tv francese) nella macchina dei carabinieri,
un’alfa di ultima generazione tirata a lucido ma profondamente scomoda per chi
sta seduto dietro (in realtà chi si siede dietro normalmente è qualcuno che è
stato fermato). Spiego a Marc, che
intanto filma il tragitto tra la caserma e Secondigliano, dove stiamo andando e
quali sono i problemi generali di Napoli. In più elenco le attività normali di
controllo dei carabinieri che mi erano state spiegate in precedenza, visto che
i carabinieri se non hanno un permesso specifico, non possono parlare. Siamo su
corso Secondigliano, ad un certo punto arriva una chiamata improvvisa che
proprio in quella zona è stato fermato uno spacciatore dietro a una pompa di
benzina. Finalmente la prima action,
non vedo Pierre ma immagino la sua soddisfazione nel poter consegnare una preda
reale ai suoi lettori, anche il carabiniere preme sull’accelleratore e in pochi
minuti arriviamo sul luogo del fatto. C’è già un po’ di gente. Vedo cinque, sei
adulti con delle facce che se dovessi incontrarle di notte mi spaventerei, che
parlano tra loro. Non capisco un gran che fino a quando uno di loro si avvicina
alla macchina e mi dice di scendere. Resto un attimo interdetta. Quel gruppetto
di uomini vestiti normalmente è, in realtà, un gruppetto di carabinieri in
borghese. Un po’ più in là c’è l’autopattuglia in cui è stato ammanettato il
giovane spacciatore. Intanto arriva anche Pierre, che stava su una macchina in
borghese insieme al fotoreporter napoletano e ai due carabinieri addetti
all’ufficio stampa, che si fionda sul gruppetto di uomini chiedendo che cosa
mai avesse commesso quel ragazzo. Uno di loro apre la mano e mostra una
quantità piccolissima di haschish. Un po’ imbarazzato di fronte al mio stupore
che chiaramente chiedeva ragione di tutto quello spiegamento di forze e di action per neanche due grammi di “droga leggera”, il
carabiniere dice che il fermo non si basa sulla quantità ma sul fatto che era
stato colto sul fatto e che come al solito, questi piccoli spacciatori hanno un
nascondiglio in cui mettono le dosi che di volta in volta prendono per i vari
clienti. Anche Pierre che si aspettava qualcosa di più, resta deluso, il suo
scoop non può partire da questo, lui cerca il vero camorrista non un qualsiasi
spacciatore che con un po’ di fortuna lo si incontra in qualsiasi altra città
del mondo. Si rivolge così a uno dei carabinieri dell’ufficio stampa e gli
chiede se possiamo andare verso Scampia, il quartiere dove aleggiano le vele e
dove ha sede il più grande mercato all’ingrosso di droghe leggere, pesanti,
sintetiche d’Italia e forse dell’Europa intera. Insomma, una sorta di drogheria
per tutti i gusti e le necessità, sempre aperto e veramente a bon marché. Più ci inoltriamo nella periferia e più la
“monnezza” aumenta. I turisti infatti, e la Napoli “bene”, non hanno motivo
(tranne se hanno bisogno di fare qualche acquisto illecito) di spingersi in
questi luoghi che superano qualsiasi immaginazione, quindi non c’è neanche di
bisogno di farsi in quattro per risolvere oltre all’emergenza criminalità, l’emergenza
monnezza (in traduzione italiana, spazzatura). Non si tratta neanche di
quartieri popolari, la cosa che colpisce è che non c’è nulla e nessuno. Una
specie di deserto di cemento e di ferro dove non c’è né un negozio di
alimentari, né un bar, né ovviamente un cinema o addirittura un teatro. Per la
strada al nostro passaggio non c’è nessuno, solo qualche ombra che si dilegua
nel buio, qualche rumore che avverte “qualcuno” del nostro passaggio. Niente
più. Ci inoltriamo in un quartiere soprannominato “case dei puffi” per la
statura bassa degli edifici in netto contrasto con l’altezza imperante delle
vele. Arriva una macchina di grossa cilindrata e dall’aspetto costosissimo.
“Ecco”, mi dice il carabiniere, “questo è un piccolo boss della zona”. “Restate
in macchina”. Intanto Marc continua a filmare tutto ciò che accade. Il boss si
accorge della nostra presenza e si lamenta col carabiniere anche perché in
macchina ci sono sua moglie e i suoi due figli piccoli. Mi guarda incazzato,
per lui io sono soltanto una giornalista in cerca del suo scoop. Scambia
qualche battuta con il carabiniere, quest’ultimo gli domanda di mostrargli i
documenti della macchina e gli chiede come da disoccupato possa permettersi un
lusso simile. Lui risponde che è un amico ad avergliela prestata (più tardi i
carabinieri mi diranno che c’è un vecchietto a Scampia a cui hanno intestato un
centinaio di automobili di grossa cilindrata). Ancora qualche battuta e il
carabiniere risale in macchina. Ci inoltriamo ancora di più nel rione, è una
strada senza uscita. In mezzo a un cortile che sembra disabitato scendiamo
dalle macchine e seguiamo il carabiniere che vuole farci vedere dal vivo come
funziona lo spaccio in questa zona. Ci porta davanti a un portone di un
palazzo, notiamo subito che a metà c’è una specie di gattaiola che però non
serve affatto a far uscire ed entrare i gatti, ma a far passare la droga. Un
tipo di bancomat dove senza vedere il volto di chi vende, metti i soldi, dici
cosa vuoi e sei servito. Nel frattempo, mentre gironzoliamo all’interno del
palazzo, arrivano due ragazzotti e un uomo sulla cinquantina. I due ragazzotti
dicono di abitare nel palazzo e di essere minorenni. I carabinieri li lasciano
andare. Nel frattempo mentre Pierre e Marc filmano bustine scartocciate, bottigline
in plastica bucate per tirare crack o qualcos’altro, rimasugli che segnalano la
presenza di droghe bianche, io resto fuori e mi rivolgo al cinquantenne
occhialuto e tarchiato che sembra incuriosito dalla mia presenza. Gli domando
se abita nel palazzo. Mi risponde di si. Gli domando come fa a vivere così,
presumendo che se sta lì con me a parlare non deve averci molto a che fare con
questa storia. Mi dice che a volte lui non può neanche entrare a casa sua, che
il palazzo durante le attività di smercio viene chiuso con un lucchetto e che
deve aspettare anche molti minuti prima di entrare. Mi dice anche che con
quella robaccia è morto suo figlio, che i problemi si risolvono andando alla
radice e non alzando un polverone per far vedere che ogni tanto si fa qualcosa.
La radice: incontrerò di nuovo questa parola nella voce sottile e lucida di una
signora a Scampia. Gli chiedo se vuole dire tutto ciò che ha detto a me davanti
alle telecamere, perché nel frattempo Pierre e Marc si sono fatti vivi e hanno
capito che ho cavato qualcosa, ma lui mi dice che è un pregiudicato e che non
vuole problemi. Intanto, il carabiniere che era rimasto solo a piantonare la
macchina, chiama il carabiniere che era con noi sollecitandolo a rientrare. La
situazione non è ancora tesa ma potrebbe diventarlo. Saliamo sulle macchine, un
sassolino viene scagliato sul vetro della nostra macchina, vediamo sempre e
solo ombre che appaiono per qualche secondo e poi si dileguano. Non ci
soffermiamo a indagare. I carabinieri sono prudenti e non vogliono metterci a
rischio. “Andiamo via”, dice uno di loro. Un sospiro di sollievo e una
leggerezza improvvisa mi assalgono: la nottata è finita. Dopo due giorni
appuntamento alle ore 6 davanti alla caserma. La grande operazione che Pierre
aspettava è arrivata. Questa volta non si tratta di una pattuglia, ma di un
vero e proprio spiegamento di forze dell’ordine per un’azione di repressione.
La repressione dell’azione in sé non è gran cosa – si smantella una
piscina all’interno di un rione a Scampia costruita abusivamente e “finanziata
e protetta” da un clan della zona di Scampia e, in un altro rione, si
perquisiscono case e palazzi interi –, nel primo caso si punta sulla
legalità, sull’antiabusivismo, nel secondo sull’azione di forza e di presenza.
Mentre smantellavano la piscina dalla bordatura in plastica blu affioravano
pezzi colorati di piccoli salvagenti e resti di giocattoli. Mi sono chiesta se
forse non sarebbe stato il caso prima di occuparsi della monnezza e poi della
piscina, di dimostrare a quegli irriducibili che abitano in quei quartieri, che
lo Stato fa qualcosa che serve anche a loro, che si occupa di loro. Dopo un
po’, raggiungiamo l’altra squadra di carabinieri e di polizia intenta a
perquisire abitazioni e palazzi interi con cani antidroga. All’ingresso di
questo grande rione una scritta di un circolo religioso a scopo sociale mi
colpisce: Oasi del Buon Pastore. Rido per il rimando che la frase ha di doppio
senso, rido perché bisogna vedere da quale prospettiva questa gente intende “il
buon pastore”, rido perché lì dentro quella può essere solo un’oasi. E veniamo
alla vecchina che di lì a poco, sotto una pioggerella inglese, si ferma
incuriosita dal mio stupore nel vederla passare. Sia ben chiaro, ci troviamo in
un luogo fatto di sole case e strade. Non un negozio, né un mercatino rionale,
né attività di qualsiasi tipo. Le chiedo d’istinto: “Signora, lei abita qui”. E
lei: “Non servono a niente queste cose che fate, voi prendete solo la
superficie: i carabinieri e la polizia vengono qui solo per violare le nostre
case e per cercare cose e persone che poi difficilmente trovano, voi
giornalisti perché fate vedere solo quello che accade e non le cause per cui
questa situazione va sempre più degenerando. Insomma, detto in una parola,
dovete andare alla radice. Vedete signurì, sti poveri ragazzi che devono fare?
Io li vedo ogni giorno, ce ne stanno tanti che stramazzano al suolo per queste
cose che si prendono e altri che pur di sopravvivere fanno qualsiasi cosa. Ho
la fortuna che i miei due figli se ne sono andati da qui”. Al che io le
domando: “Perché non è andata via anche lei?, perché abitare qui?” “E dove me
ne devo andare? – risponde
– ho tutta la mia vita qui e
poi non ci sono i soldi per cambiare casa”. Domando ancora: “ e questa radice? Non
è questo proprio il problema, che non si riesce mai a estirpare la radice?”
Signurì, qua la radice sanno tutti chi è e dov’è, qual è il male che si
nasconde dietro le facce della maggior parte delle persone che s’incontrano qui
intorno. Come hanno fatto ad esempio con le sigarette? Come hanno estirpato da
un giorno all’altro in una grande città come Napoli le grandi quantità di
sigarette di contrabbando che prima invadevano la città? Ma anche qui si è
andati alla radice per un verso, ma non lo si è andati dall’altro, non si è
proposta alcuna situazione alternativa a quello che andavano a togliere e ogni
famiglia add’à campà. Qui non c’è niente, non può nascere niente di buono se
non si inizia a fare veramente qualcosa. La camorra impedisce tutto. Come può
qualcuno investire in un posto del genere? Com’è possibile promuovere,
incentivare uno sviluppo se non si comincia dal pane, dalla cosa semplice ed
essenziale? Non dico che non servano le azioni di repressione e di monitoraggio
sul territorio da parte delle forze dell’ordine, ma dico che accanto a queste
(che devono essere sempre mirate e motivate) si debba cominciare un lavoro di
smantellamento dal di dentro, penetrare nei meccanismi che portano questi
ragazzi ad essere piccoli ingranaggi di una macchina mortale. Bisogna scavare
fino a raggiungere il cuore di ciò che mantiene in piedi “o’ sistema”. Partire
dalle piccole cose per vedere se è possibile “risvegliare” ciò che dorme per
assefuazione. Partire forse dalle donne, da quelle donne che per Nunzio Giuliano
rappresentano la fonte di una vera rivoluzione, democratica e civile. Certo,
mentre dico questo so di essere in controtendenza, soprattutto alla luce degli
ultimi avvenimenti di Scampia dove le donne scendono in piazza per difendere i
“loro” uomini e figli. Eppure….”La donna, se si sveglia, si porta alla sua
funzione naturale che è un’enorme forza che non dà spazio alla violenza, cioè
al maschile. Camorra, clan è energia maschile in eccesso. Anche quando si
investe socialmente in queste zone si pensa solo al maschile e così non si
risolve niente” (Nunzio Giuliano, Diario di una coscienza, 2006). |
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